29.02.2008 Pochi anni fa una pubblicità di un regista famoso mostrava il volto di Gandhi su un grande schermo. La voce fuori campo si interrogava su come sarebbe stato diverso il mondo se il leader pacifista indiano avesse avuto a disposizione i moderni mezzi di telecomunicazione. Negli stessi giorni un mio collega mi chiese: “ Sì, ma se al posto di Gandhi ci fosse stato Hitler, se il nazismo avesse potuto contare su ben maggiori mezzi di comunicazione di massa, che cosa sarebbe accaduto?”. Se mi avessero prefigurato, soltanto una ventina d’anni fa, l’enorme sviluppo della tecnologia dell’informazione, avrei certamente immaginato che questo avrebbe comportato una netta prevalenza degli effetti positivi su quelli negativi, una primazia dei valori della solidarietà e della tolleranza sugli odii e sui sospetti. La caduta del muro di Berlino, del resto, non sarebbe avvenuta, con quelle modalità, senza la forza evocativa e dirompente della televisione. Il confronto fra le condizioni di vita e lo stato dei diritti civili e politici nell’Europa dell’Est e nelle democrazie occidentali, sarebbe stato assai difficile senza le comunicazioni satellitari. La pulizia etnica nei Balcani avrebbe avuto esiti addirittura più catastrofici senza l’occhio degli inviati, lo sguardo delle telecamere, la telefonia cellulare. Ma niente di tutto ciò, al contrario, accadde nel Rwanda dove il genocidio, scatenato peraltro da una radio locale, si consumò nella penombra mediatica, senza toccare né turbare la coscienza dell’opinione pubblica mondiale. Niente di tutto ciò avviene in molti altri angoli della terra, ugualmente dimenticati, nei quali le minoranze etniche, ma anche religiose (soprattutto cattoliche) non hanno diritto di voce e spesso è loro negato persino il diritto all’esistenza. Ciò che succede nel Darfur ci lascia indifferenti, non smuove i grandi network, né le testate più importanti.
Alcune tragedie ci impressionano, altre scorrono via e vengono dimenticate in fretta.
Dobbiamo forse concludere che se il bene può essere contagioso, il male è addirittura più sottilmente epidemico? Ed esiste, sotto traccia, una forma di malcelato razzismo nelle scelte del potere dell’informazione? Una delle caratteristiche meno conosciute, ma più perniciose, della globalizzazione dei media è la seguente: godiamo di molti messaggi, di informazioni, di dati. Abbiamo la falsa sensazione di essere testimoni diretti degli avvenimenti in una sorta di onnipotenza mediatica. Ma ci dimentichiamo di tutto in fretta. Siamo ricchi della nostra superficialità. Sappiamo un poco di tutto e nulla in maniera approfondita e critica. Siamo dei surfer dell’attualità. Il pensiero tende anch’esso a digitalizzarsi, a scomporsi in tante piccole unità formate da battute, invettive, slogan ma assai di rado è ragionamento complesso ed elaborato. Il grado di attenzione di chi legge e guarda è basso ed erratico; lo spirito critico e il tasso di partecipazione a volte sono quasi irrilevanti. Un’amara realtà che coinvolge la responsabilità anche di noi giornalisti. Nel passaggio alla multimedialità, alla dimensione industriale e globale dell’informazione, abbiamo abbassato la nostra soglia etica, nella ricerca spasmodica dell’attenzione, dell’audience, e alzato il livello del cinismo professionale. Come la cattiva politica si imbarbarisce nel solleticare gli istinti più bassi dell’elettorato, la cattiva comunicazione massaggia il ventre dell’utente, ne dimentica la personalità, lo riduce a entità animale. Nonostante tutto ciò, gli aspetti largamente positivi non mancano. La Rete è uno straordinario mezzo di comunicazione nel quale gli utenti si autoproducono le informazioni. Tutta la campagna elettorale americana avviene sul web. Obama si è dimostrato più giovane di Hillary perché ha grande dimestichezza con il linguaggio crossmediale; la signora Clinton vi appare costretta. Lui no, dialoga direttamente anche con l’oscuro navigatore italiano che non fa parte di nessun caucus e non lo voterà mai. Un’agorà perfetta? Non sempre. Senza Internet non vi sarebbe stata la mobilitazione internazionale per la Birmania, ma Yahoo! e Google sono venuti a patti con la Cina; YouTube ha accettato di censurarsi per non cadere sotto la scure pakistana che, oscurandolo, aveva prodotto un blocco dell’accesso al sito di video più famoso al mondo dall’Egitto all’Estremo Oriente. Le Olimpiadi di Pechino celebreranno la futura superpotenza mondiale con un’inaccettabile compressione del diritto d’opinione e di parola. Le elezioni russe di domenica prossima avvengono in un una situazione di garanzie pressoché nulle per l’opposizione, ridotta al lumicino anche da un uso disinvolto e distorto delle più sofisticate tecniche di comunicazione moderna. Ma ciò è stato frequente nella storia dei mezzi di comunicazione. La Cnn fu protagonista della prima guerra del Golfo; diede ampia voce a Saddam Hussein. Il suo modello è stato replicato da Al Jazeera e Al Arabyja, ma queste ultime si sono rivelate strumenti di propaganda assolutamente efficaci anche di un certo integralismo islamico.
L’etica della funzione giornalistica è di ardua applicazione in Paesi a democrazia più matura; figuriamoci là dove non vi è soluzione di continuità fra poteri dello Stato e fra Stato e religione. I blog sono l’ultima frontiera della democrazia in Rete, ma dal mondo islamico si affermano di più quelli che, come armi affilate, sono gestiti da organizzazioni terroristiche, piuttosto che le mille voci di dialogo e sofferenza sparse per il mondo mediorientale e in Paesi nei quali non viene riconosciuta né la libertà d’espressione né altri diritti civili o politici. I ragazzi istraeliani e palestinesi frequentano gli stessi siti, ma ciò non ha favorito né la comprensione né il dialogo. La comunicazione globale, dunque, non è sempre indice di maggiore comprensione e di rispetto dell’altro. Tutt’altro. Benedetto XVI ha richiamato la nostra attenzione, sia nella Spe Salvi sia nel messaggio per la giornata mondiale delle comunicazioni sociali, sul ruolo moderno dei media. I quali sono strumento insostituibile di alfabetizzazione e di socializzazione, al servizio di un mondo più giusto e solidale, ma offrono anche “possibilità abissali di male che prima non esistevano”. Come nella parabola evangelica del campo, convivono grano e zizzania. E nel contesto liquido-moderno, come lo chiama Zygmunt Bauman, la paura è la costante quotidiana, l’incertezza una compagna di viaggio che si mostra fintamente amichevole. La modernità una crosta di ghiaccio sottile della quale avvertiamo sempre di più la fragilità. Siamo spettatori in diretta di ogni fatto, ma spesso vittime predestinate; perché siamo privi di strumenti per capire, anche quando pensiamo di possedere un metodo illuministico di interpretare la realtà. L’illusione della potenza individuale offerta dalla multimedialità annulla spazio e tempo. La sensazione di libertà è spesso del tutto falsa. Milan Kundera la descrive bene. “Nella nebbia si è liberi, ma è la libertà di chi si trova nella nebbia”. Questa consapevolezza della condizione dell’uomo contemporaneo è l’elemento mancante di una riflessione sulla solitudine della comunicazione globale. La ricerca di senso e di una nuova centralità della persona sono allora passaggi ineludibili e necessari, soprattutto per un cristiano, affinché la comunicazione rifugga dall’omologazione e ritorni a dare un senso alla dimensione interiore, eviti l’eccessiva rappresentazione, a volte sterile, della sola superficie degli avvenimenti, dell’estetica delle cose. Noi ci troviamo di frequente concentrati a spiegare nei dettagli un processo perdendo completamente di vista la direzione e il significato ultimo degli avvenimenti. Non ci importa dove si va, ma con attenzione decadente per i particolari, ci occupiamo solo di come si va. Ci importa il gioco del potere, la contrapposizione dei caratteri, lo spettacolo dei conflitti, non la ricerca né del bene e della verità. Le opinioni tendono a sovrapporsi ai fatti. E quando i fatti disturbano le opinioni è più facile che cambino e vengano manipolate le prime. Vittime e carnefici, colpevoli e accusatori, sembrano scambiarsi i ruoli in una sorta di rincorsa amorale all’audience o all’attenzione sempre più rara del pubblico. Chi ascolta, guarda o legge perde capacità critica e si trasforma in un ricettore passivo di discorsi ininterrotti, di frasi ad effetto, di suggestioni primitive e con il passare del tempo rifiuta di ragionare, respinge tutto ciò che comporti un atteggiamento attivo e selettivo e appare refrattario ad ogni stimolo culturale. La passività sconfina nel terreno fertile dei pregiudizi e nelle paure.
Una buona informazione eleva il cittadino e lo solidifica nelle sue libertà; una cattiva lo spinge verso lo stato primitivo. Si sono globalizzati i prodotti, si sono globalizzati i media ma spesso i popoli hanno riscoperto tendenze tribali. Questa è l’altra grande sfida che i media hanno di fronte: aiutare una cittadinanza globale a non avere paura del prossimo e del diverso; e nello stesso tempo confortare la ricerca dei legami e delle appartenenze. Combattere la progressiva perdita dell’interiorità, l’omologazione, lo scomparire di una dimensione educativa. Mi ha sempre colpito il passo del Vangelo, citato frequentemente da Carlo Maria Martini, nel quale una donna malata si stringe attorno a Gesù e tenta di toccare il lembo del suo mantello nella speranza di ottenere una guarigione. Qui sono racchiuse tre realtà contemporanee: la massa, la persona e la comunicazione. La prima esemplifica la condizione moderna delle platee di spettatori, indistinti fruitori di un confuso messaggio; ma dalla massa una persona può emergere, toccare il lembo del mantello, a patto che abbia volontà, fede, e sia raggiunta da una comunicazione significativa e rispettosa. Senza la qualità di quest’ultima, però, nulla è possibile. La persona resta annegata nella massa informe. Molti passi evangelici dovrebbero farci riflettere su come comunicare meglio, ma anche sul fatto che non si debba temere alcuna forma di trasmissione del pensiero e della parola.
Il Papa ci ricorda che “nel settore delle comunicazioni sociali sono in gioco dimensioni costitutive dell’uomo e della sua verità”. E ci richiama al dovere di far sì che “i media restino al servizio della persona e del bene comune e favoriscano la formazione etica dell’uomo”. Una infoetica come esiste una bioetica? Non lo so, credo personalmente che tanti piccoli buoni esempi, un po’ più di umiltà e di senso critico, e meno militanza (lo dico anche per i cattolici) possano migliorare la qualità dell’informazione. Basterebbe, per esempio, che i giornalisti facessero solo il mestiere dei giornalisti. Null’altro. Una maggiore etica della funzione nella consapevolezza che può essere in conflitto con altri diritti soggettivi, altri valori. Ma è meglio sapere per decidere, piuttosto che nascondere nel tentativo di curare. E io rispetto di più il mio lettore se lo informo bene e correttamente, non se gli nego di sapere considerandolo alla stregua di un cittadino inferiore o addirittura di un suddito. Forse quel cittadino non toccherà il lembo di Gesù, spetta ad altri illuminarlo non certo a noi giornalisti, ma dalla massa informe un po’ si sarà staccato. Grazie.